Jaguar Mk X, ammiragliato inglese.

13 Gennaio 2023

Gli anni Cinquanta sono davvero ruggenti per la Jaguar che si impone nel mondo delle corse a vari livelli e, tra il 1951 e il 1957, vince per ben cinque volte la 24 Ore di Le Mans. L’effetto sulle vendite dei modelli di serie è quanto mai positivo e si affermano auto che molto prendono dalle esperienze agonistiche e spesso direttamente impegnate in gara.

Diventano punto di riferimento le coupé e roadster XK e le berline sportive Mk I e II, che uniscono lusso e grinta a prezzi mai esorbitanti. Ma al vertice della gamma si colloca ancora la anziana, obsoleta, mastodontica e dalle forme anteguerra, con i grandi parafanghi “esterni”, Mk IX.

Doppio debutto

In contemporanea dunque con il lancio della “instant mythical” E-Type, nel 1961 viene presentata la nuova ammiraglia Mk X, una berlina d’indiscutibile prestigio, tecnicamente al top per il marchio e dallo stile che molto influenzerà anche le Jaguar successive.

Adottata la scocca portante, la vettura, classica nella formula tre volumi quattro porte, conserva dimensioni imponenti (lunghezza di 5,14 metri) attenuate però visivamente da linee filanti e dinamiche. Il frontale, dall’impronta quasi aggressiva, sottolinea l’appartenenza alla casa che ha una belva nel simbolo, con la calandra protesa in avanti e doppi fari circolari. I paraurti a lama sono provvisti di rostri, semplici i fanalini di coda e anche i deflettori posteriori sono apribili.

L’interno, invece, ha il calore di un salotto, nella più pura tradizione delle britanniche altolocate. I passeggeri, che dispongono di spazio in abbondanza, sono avvolti da ebanisterie di pregio artigianale, sulla plancia come sulla consolle centrale e sulle portiere, mentre i rivestimenti dei sedili sono in pelle di qualità. Di fronte al guidatore, che dispone di volante regolabile, la bella strumentazione Smiths a sei elementi e tavolini ribaltabili, sempre in legno, sono a disposizione di chi siede dietro. Un insieme che non ha l’esclusività assoluta degli abitacoli Rolls Royce ma ci si avvicina non poco.

Innanzitutto comoda

Nella meccanica, d’altra parte, la Mk X, a trazione posteriore, punta certamente al comfort, imperativo per la classe d’appartenenza, ma senza abbandonare le prerogative di carattere del marchio e tanto viene ripreso dai modelli più sportivi. A partire dalle sospensioni tutte a ruote indipendenti e dall’impianto frenante a quattro dischi servoassistiti, i posteriori a ridosso del differenziale, mentre lo sterzo, dotato di servocomando, è un po’ troppo “leggero”. Il motore è il plurisperimentato, anche nelle versioni da gara, sei cilindri in linea 3,8 litri, bialbero a camme in testa e tre carburatori SU, purtroppo ancora accoppiato al cambio a 4 marce Moss con prima non sincronizzata. Disponibile comunque in alternativa l’automatico Borg Warner a tre rapporti.

La potenza esuberante di 265 cavalli e la coppia di 353 Newtonmetri consentono, a fronte del non indifferente peso della vettura di circa 1.800 chili, prestazioni di tono: oltre 190 chilometri orari di velocità massima e meno di 11 secondi per passare da 0 a 100. La Mk X è destinata spesso agli autisti di una tranquilla clientela di rango, ma volendo può sfoderare un bel temperamento.

In Italia ruggisce poco

Sul mercato, l’ammiraglia Jaguar deve accontentarsi di numeri limitati e, in Italia, è una rarità, nonostante un prezzo elevato ma competitivo nel suo settore: 4 milioni 790mila lire, un milione in meno rispetto a blasonate avversarie paragonabili come Mercedes 300 e Maserati Quattroporte.

Primo, importante, aggiornamento nel 1964 con la cilindrata che sale a 4,2 litri e il cambio manuale è ora interamente sincronizzato e dotato di overdrive. Non muta la potenza, migliora la coppia, la velocità sfiora i 200 chilometri orari e bastano 9,9 secondi per lo 0-100.

Lieve restyling nel 1966 e la sigla diventa 420 G (che sta per “great”) a sottolineare la collocazione al vertice della gamma. Circa 24mila le unità prodotte fino al 1968, sostituita dalla prima serie della XJ, che la ricorda nel design e con qualche parentela tecnica, quella che sarà l’ultima Jaguar dell’era di William Lyons, quando la casa entra a far parte della British Leyland.