Smart Roadster, l’esperimento.

13 Gennaio 2023

Lanciata al Salone di Francoforte del 1997 e sul mercato dal 1998 come city-car per antonomasia, la Smart ha svolto e svolge il suo ruolo, soprattutto in alcuni Paesi fra i quali l’Italia, evolvendosi sul piano estetico e tecnico senza snaturare la missione originaria. Oggi, con la proprietà divisa tra la Mercedes-Benz e la cinese Geely, ha sposato completamente l’elettrico e si accinge ad ampliare sempre più la gamma oltre il confine delle auto dal minimo ingombro, come nel caso della recentissima #1. Un orientamento strategico che in passato ha visto tentativi dagli esiti però fortemente negativi, costringendo a repentine ritirate e con forti penalizzazioni economiche.

Il primo segnale ancora esplorativo risale al 1999, quando sempre al Salone di Francoforte viene presentato il prototipo di una piccola spider derivata dalla microcar d’origine, cui fa seguito nell’anno successivo alla rassegna di Parigi una variante coupé. E’ però al Salone di Berlino del 2002 che appare il definitivo modello destinato alla serie di quella che viene battezzata Smart Roadster.

Lunga 3,42 metri, molto di più della vetturetta cittadina che si ferma a 2,50, la debuttante ne mantiene comunque l’impostazione tecnica fondamentale a motore posteriore e anche parte dell’impronta estetica. In evidenza, e di colore a contrasto con il resto della carrozzeria, la caratteristica cellula “Tridion” di irrobustimento  della scocca, che qui assume funzione di roll-bar per un’auto scoperta tipo “Targa” con sguardo alla Porsche 914. Originali i piccoli doppi fari anteriori sovrapposti  e aggressivi i passaruota molto accentuati per ospitare cerchi da 15 o 16 pollici, semplice il tettuccio apribile in tela. Varie componenti del corpo vettura sono in materiale plastico per non superare un peso complessivo contenuto intorno agli 800 chili. Si affianca anche la variante Roadster-Coupé, con il lunotto sollevabile che si estende a coprire la parte posteriore e dall’effetto aerodinamico.

Deriva dalla Fortwo

L’abitacolo a due posti, non troppo spazioso, richiama nel design l’anticonformismo prerogativa del marchio e gli allestimenti, più vistosi che di alta qualità e dalle molte possibilità di personalizzazione sia esterna che interna, possono comprendere accessori di pregio, dal climatizzatore al navigatore satellitare ai sensori di parcheggio, e rivestimenti in pelle. Minuscolo il vano bagagli della Roadster, più capace quello della Coupé che mette a disposizione circa 240 litri.

La meccanica è quella classica delle Smart, con sospensioni anteriori McPherson e posteriori a ponte De Dion qui con parallelogramma di Watt, freni a disco anteriori e ABS, sterzo a cremagliera con servo elettrico. Previsti i controlli elettronici di trazione e stabilità. Il motore posteriore, tre cilindri di 698 centimetri cubici, in lega leggera, monoalbero ad iniezione e turbo-intercooler, offre 82 cavalli ed è accoppiato ad un cambio elettroattuato a 6 rapporti sequenziali, piuttosto lento nel passaggio delle marce e inadeguato al temperamento dell’auto.

Non fu un successo

Grazie al favorevole rapporto peso/potenza, comunque, le prestazioni sono vivaci (175 chilometri orari di velocità massima e accelerazione da 0 a 100 in meno di 11 secondi) e la guida divertente. Disponibile, inoltre, una incomprensibile versione depotenziata a 61 cavalli che non verrà apprezzata, ma nel 2004 arriva invece la Brabus da 101 cavalli, capace di raggiungere i 195 chilometri orari e di passare da 0 a 100 in 9,8 secondi.

Pensate per competere in una categoria che in quegl’anni attrae ancora un discreto pubblico, a rinverdire il fascino delle spiderine inglesi degli anni Sessanta, le Smart faticano a trovare spazio, poco competitive anche nei prezzi: in Italia, al debutto, si parte da quasi 20 milioni di lire, al livello di modelli di caratura ben superiore, come la Fiat Barchetta, la MG TF e la regina del settore Maxda MX5. La produzione cessa così nel 2005 dopo appena 37mila 500 unità vendute. E non andrà meglio alla berlinetta cinque porte Forfour, apparsa nel 2004 e abbandonata nel 2006, dal nome poi ripreso nel 2014 per una gemella della Renault Twingo che, pur in campo fino al 2021, non ha avuto nemmeno lei grande successo.