Stop endotermiche, come l’Italia si prepara.

10 Giugno 2022

Il Parlamento Europeo ha approvato la proposta della Commissione che vieta di vendere nuove auto con motore a combustione (benzina, diesel, gpl, metano e ogni tipo di ibrida) a partire dal 2035. Il voto di Strasburgo è il punto di partenza per i negoziati che coinvolgeranno Europarlamento, Consiglio e Commissione nei prossimi mesi e che porteranno alla definizione della normativa e alla sua entrata in vigore. 

Prima del passaggio totale all’elettrico a partire dal 2035, la proposta approvata dal Parlamento prevede anche una riduzione del 55% delle emissioni (rispetto ai valori del 2021) per le auto e del 50% per i van, da raggiungere entro il 2030, che di fatto porterà a stabilire il futuro standard Euro 7.

L’Europarlamento ha modificato la proposta di Bruxelles per quanto riguarda le esenzioni per i costruttori di nicchia, come quelli della Motor Valley, stabilendo criteri più permissivi: potrà derogare alle norme sulle emissioni chi produce tra le 1.000 e le 10mila auto e tra i 1.000 e i 22mila furgoni, ma solo fino al 2036 (inizialmente la Commissione aveva proposto il termine del 2029). Quindi – salvo modifiche nei prossimi mesi – i produttori di supercar, come Ferrari e Lamborghini, saranno esentati dall’adozione dello standard Euro 7. Tuttavia, a partire dal 2036 – con un anno di ritardo rispetto al mercato generico – saranno comunque costretti a dire addio all’endotermico.

Le reazioni a caldo

In Italia, industriali, sindacati, organizzazioni di categoria e una parte dell’esecutivo hanno criticato la decisione di Strasburgo, che a livello politico ha suscitato opinioni di segno opposto nei partiti di maggioranza. “È una soluzione molto ideologica e poco realistica”, ha commentato il viceministro allo Sviluppo Economico, Gilberto Pichetto. “È difficile immaginare come sarà il 2035. Bisognava ridurre le emissioni in modo graduale tenendo conto della realtà che stiamo vivendo“.

“Prima di tutto riteniamo positivo che siano confermate deroghe sulle emissioni per i produttori sotto le 10mila auto l’anno, come i grandi nomi della Motor Valley emiliana”, ha detto al Corriere della Sera Gianmarco Giorda, direttore di Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica). “Ora servono subito politiche per aiutare le aziende nella riconversione. E anche per ricollocare i lavoratori di chi non ce la farà. Sono 70.000 i posti di lavoro a rischio nell’industria automotive, legata alla produzione di componenti che non serviranno per l’elettrico. Bisogna accedere il più possibile ai fondi Ue per la riconversione e rendere l’Italia attrattiva per chi vuole impiantare Gigafactory, le fabbriche che producono batterie, e per le attività a monte dell’impacchettamento delle celle”.

Il nodo dell’occupazione

“Dopo il voto di oggi non è più sostenibile una politica attendista sul mettere in atto risorse e investimenti che consentano la trasformazione industriale del settore e soprattutto la sua sostenibilità sociale” ha dichiarato  Ferdinando Uliano, Segretario nazionale Fim Cisl. “Se vogliamo evitare contraccolpi gravissimi in termini di licenziamenti e la distruzione di un settore industriale fondamentale per il nostro Paese, ora il Governo deve rendere disponibile per le imprese del settore, da subito, gli investimenti di 8 miliardi stanziati con il fondo dell’automotive e insediare un apposito comitato scientifico che indirizzi le politiche di vantaggio nei settori strategici della mobilità del futuro. Chiediamo pertanto l’immediata convocazione del tavolo ministeriale dell’automotive, è fondamentale non perdere ulteriore tempo davanti ad una transizione epocale che mette a rischio se non governata oltre 75mila posti di lavoro nel nostro Paese”.

Di segno opposto le reazioni di Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, associazione della mobilità elettrica. “Finalmente chiarezza è fatta, abbiamo sprecato fin troppo tempo in inutili polemiche” ha dichiarato Naso. “Anche se l’Ue spostasse lo stop, poniamo al 2040, il mercato non si fermerebbe. Le grandi Case stanno facendo i loro investimenti, come paese dobbiamo solo decidere se vogliamo essere in campo o no“.

Il mondo politico

Di stampo differente le reazioni nel mondo politico. “La guerra e prima ancora la crisi generata dalla pandemia avrebbero dovuto portare a maggiore prudenza” ha commentato Antonio Tajani di Forza Italia. “Va bene la difesa dell’ambiente ma tutto deve essere fatto con gradualità. Mi pare veramente singolare che sinistra e Pd esultino per aver dato un colpo di questo tipo ai lavoratori del settore automobilistico. Io credevo che la sinistra fosse il partito che sosteneva i lavoratori, oggi abbiamo scoperto che non lo è”.

“Si tratta di un bicchiere mezzo pieno. Il pacchetto Fit for 55 è davvero molto ambizioso e ieri ne è stata approvata una parte importante, quindi per me è un’ottima notizia. Dobbiamo una risposta ai nostri figli, ai ragazzi di Fridays for Future che a migliaia invasero le città di tutto il mondo nel 2018 e 2019, Ieri una risposta parziale c’è stata” ha dichiarato il segretario del Partito Democratico Enrico Letta a Repubblica. 

“Una follia assoluta. Un regalo alla Cina, un disastro per milioni di lavoratori italiani ed europei” ha invece affermato sui suoi canali social Matteo Salvini, leader della Lega.