Tono su tono.

22 Agosto 2022

La sua prima vernice è stata bicolore, poi ci hanno pensato i figli dei fiori a personalizzarlo con colori brillanti e psichedelici in cui l’azzurro non mancava quasi mai. Il Bulli, diventato simbolo di libertà e spensieratezza nella California anni ’60 del “flower power”, sembra nato per essere festeggiato. Ma causa “l’attuale situazione in Europa”, quest’anno il Volkswagen Bus Festival che avrebbe dovuto svolgersi dal 15 al 17 luglio alla fiera di Hannover è saltato. È la prima volta che succede dal 2007, anno di nascita del principale appuntamento europeo dedicato agli appassionati del Bulli e di tutte le varianti derivate dall’iconico T1. Un festival che anno dopo anno ha contagiato migliaia di fan, tutti innamorati dell’ormai leggendario pulmino. Peccato, sarebbe stata l’occasione per celebrare il 72esimo anniversario dalla nascita del primo Transporter della storia, commercializzato nel 1950.

Nome e nomignolo

Il nome, prima di tutto. Quello ufficiale del furgone Volkswagen era “T1 Typ 2”, poi diventato per tutti Bulli. Un nomignolo curioso, nato inizialmente dall’unione fra bus e Lieferwagen (furgone merci in tedesco), divenuto prima Bullig (muscoloso, forte) e poi, per una questione di copyright, Bulli. Sbarcato anche in America, viene assunto come simbolo degli hippie, di chi inseguiva ideali di libertà politica, emozionale e sociale, mezzo perfetto per il viaggio spensierato, economico, ribelle, avventuroso e lento. Già, il Bulli non brillava certo per performance velocistiche, una caratteristica – la lentezza – che ha finito per definirne anche la cifra, quasi un antesignano di quel “turismo lento” diffuso anni più tardi. Derivato dal Maggiolino Derivato dal primo Maggiolino “Typ 1” (quello col vetro del lunotto “sdoppiato”, per capirci), il T1 Typ 2 aveva un’analoga caratteristica, ma questa volta nel parabrezza, anche lui diviso al centro.

Già allora il Bulli è declinato in numerose versioni: giardinetta per il trasporto persone, ambulanza, mezzo per i vigili del fuoco, pickup, persino trasporto bestiame. Nasce con misure compatte, con le sedute anteriori praticamente sulle ruote e quasi senza sbalzi, con quell’inconfondibile frontale con la forma a V tra i fari. È versatile, funzionale, robusto, facile da usare. Esce di produzione in Brasile a fine 2013, dopo aver accompagnato il miracolo economico della Germania del secondo dopoguerra, quando riparte anche il turismo e nella versione Westfalia il van tedesco diventa definitivamente il compagno ideale di viaggio. Di lavoro nei giorni feriali, di svago nei restanti. Ma è nel decennio fra il 1960 e il 1970 che il Bulli vive la sua età d’oro. Il fremito hippie lo trasforma, T1 e T2 sono sinonimi di West Coast e di mega raduni sotto il cielo azzurro della California. La sua inconfondibile sagoma fa capolino nelle copertine degli album di Bob Dylan e dei Beach Boys. Gli Who lo cantano in “Going Mobile” (1971).

Svolta elettrica

Poi, per il Bulli comincia un altro viaggio, questa volta verso le zero emissioni. Spesso associato alla natura fin dalle immagini diffuse al momento del lancio, sembrava scritto nella storia che il pulmino Volkswagen sarebbe diventato prima o poi elettrico. Lo scorso 9 marzo il costruttore tedesco ha svelato la versione definitiva di ID. Buzz l’erede del Bulli: al posto dell’originale quattro cilindri boxer raffreddato ad aria di 1.131 centimetri cubi da 25 cavalli donato dal Maggiolino, un motore elettrico da 150 chilowatt montato sull’asse posteriore, batteria da 77 chilowattora e autonomia attorno ai 400 chilometri. Insomma, un ritorno al futuro, seppur con poche e – a dire il vero – meno fascinose affinità stilistiche. Prima di I.D. Buzz, ci sono stati altri tentativi di elettrizzarlo. Come il concept Microbus del 2001, o quello apparso al Salone di Ginevra nel 2011. O, ancora, il Budd-e presentato al Ces di Las Vegas nel 2016. A essere franchi, nessuno all’altezza dell’originale, stilisticamente parlando. O almeno fino all’e-Bulli del 2020, esempio riuscitissimo di “retrofitting” conservativo: un T1 Samba del 1966, con lo stesso fascino del primo ma sostenibile, esempio virtuoso di quell’economia circolare che sta sempre più conquistando l’industria automotive.

*Articolo pubblicato su l’Automobile 63, giugno 2022